Illustrazione astratta di un uomo in un bosco con un computer

Vibe Coding: cos'è, quando funziona e quando è un rischio

Nicole Davanzo

Nicole Davanzo

29 settembre 2026 | 8 min lettura

Negli ultimi mesi il termine “vibe coding” è passato dai thread di Twitter degli sviluppatori alle riunioni dei team prodotto, fino ai piani editoriali di chi si occupa di innovazione digitale.

Le ricerche online sono cresciute, e non è difficile capire perché: la promessa è quella di trasformare un’idea descritta a parole in un’applicazione funzionante, spesso, in due versioni opposte: “Potete costruire il nostri prodotto con l’ai in due giorni” e “Dobbiamo preoccuparci che l’AI vi renda superflui?”.

La risposta breve è: il vibe coding è uno strumento reale con usi reali, ma non è (ancora, e forse mai) un sostituto dello sviluppo software fatto con criterio. Vediamo perché.

Cos'è il vibe coding

Il termine è stato coniato all’inizio del 2025 da AndreJ Karpathy, tra i fondatori di OpenAI, per descrivere un modo di programmare in cui ci si “abbandona alle vibrazioni”: si descrive in linguaggio naturale il risultato che si vuole ottenere, un modello AI genera il codice, si guarda se funziona, si chiede una correzione, si itera. Non si legge (né si capisce fino in fondo) ogni riga generata, si valuta il comportamento del software, non la sua implementazione.

Molti strumenti online hanno reso questo flusso accessibile anche a chi non ha mai scritto una funzione in vita sua. È lo stesso principio, in fondo, che dietro agli agenti AI che si stanno diffondendo in molti altri ambiti aziendali: delegare un compito complesso descrivendo l’obiettivo, non il procedimento.

Perché se ne parla così tanto proprio adesso

Tre fattori si sono sommati nello stesso momento. 

Primo, i modelli linguistici sono diventati abbastanza affidabili da generare codice che compila e funziona al primo tentativo, non solo frammenti da correggere a mano.

Secondo, gli strumenti si sono fatti più accessibili, con interfacce pensate per chi non è tecnico. 

Terzo, forse il più interessante, l’AI sta cambiando concretamente il modo di lavorare di più figure professionali, non solo degli sviluppatori ma anche figure come i designer che stanno rivedendo il proprio ruolo in un flusso di lavoro sempre più assistito da strumenti generativi.

Il risultato è che oggi un product manager, un founder o un marketer possono costruire da soli un primo prototipo che prima avrebbe richiesto settimane di lavoro di un team tecnico. È un cambiamento reale, non solo hyp, ma capire dove si ferma questo cambiamento è altrettanto importante quanto riconoscerlo.

Dove il vibe coding funziona davvero

Va detto con chiarezza, perché è un punto spesso liquidato con troppo scetticismo: per alcuni casi d’uso il vibe coding è lo strumento giusto.

  • Validare un’idea prima di investirci
    Costruire in poche ore un MVP cliccabile per capire se un’idea di un prodotto regge, prima di scrivere un business plan o coinvolgere un team di sviluppo.

  • Prototipi di test di usabilità
    Un’interfaccia funzionante da mostrare a utenti reali vale più di dieci slide, e se serve solo a raccogliere feedback non ha bisogno di un’architettura solida.

  • Strumenti interni "usa e getta"
    Una dashboard per monitorare un evento di tre giorni, uno script per automatizzare un’operazione ripetitiva, se il ciclo di vita è breve e i dati non sono sensibili, il rischio è basso e il tempo risparmiato è vero.

In tutti questi casi, il criterio comune è che il software prodotto non deve durare, scalare o reggere in un contesto ad alto rischio, è temporaneo per natura, proprio come un bozzetto lo è rispetto a un progetto architettonico. Lo stesso principio vale, del resto, quando si progetta un’interfaccia pensata davvero per chi la userà: anche lì l’usabilità è una leva produttiva solo se il test avviene sul contesto giusto.

Illustrazione di una perosna seduta alla scrivania con il computer in mezzo a un giardino

Dove il vibe coding non basta

Qui arriva il punto che, da software house, ci sta più a cuore chiarire perché è dove abbiamo visto più aziende farsi male.
Il debito tecnico è invisibile fino a quando non presenta il conto. Codice generato senza una vera architettura alle spalle tende a d accumulare scelte incoerenti: stessa logica duplicata in punti diversi, dipendenze aggiunte senza criterio, nessuna separazione chiara tra le parti del sistema.
Non si vede finché il prodotto è piccolo, ma diventa un problema serio nel momento in cui bisogna aggiungere una funzionalità, e ogni modifica rischia di rompere qualcos’altro. È esattamente la differenza tra codice che è un asset e codice che è una liability: un investimento che aumenta di valore nel tempo, oppure un costo che si accumula silenziosamente.

La sicurezza non è un dettaglio che si aggiunge dopo. Validazione degli input, gestione degli errori, protezione dei dati: sono scelte che un modello generativo può implementare, se richiesto esplicitamente, ma che raramente emergono da sole in un flusso "descrivi e genera".
C'è un punto metodologico più profondo, in realtà: la privacy by design richiesta dal GDPR presuppone che la protezione dei dati sia progettata fin dalla prima riga di codice, non aggiunta in un secondo momento. Questo è quasi l'opposto filosofico del vibe coding, il cui punto di forza è proprio arrivare il prima possibile a qualcosa che funziona, sistemando i dettagli dopo.

Illustrazione di una persona

Vale la pena pensarci due volte prima di far gestire dati reali a un prototipo nato da un prompt: ne avevamo parlato anche in Dove metto i miei dati aziendali? Lo stesso vale per chi rientra nel perimetro della NIS2, dove le misure di sicurezza tecniche e organizzative documentate non sono facoltative ma un obbligo normativo. E per chi lavora specificamente con l'intelligenza artificiale, c'è l'AI Act europeo, che introduce obblighi specifici per i sistemi che la usano in ambito aziendale.

Quello che regge in demo non regge in produzione, un prodotto che funziona con cinque utenti di test può non reggere con 5000: performance, gestione del carico e affidabilità sono discipline a sé, che raramente emergono per caso da un’ iterazione a colpi di prompt.
Se nessuno capisce davvero il codice, ogni bug costa più di quanto sia stato risparmiato in origine. Questo è forse il rischio meno visibile e più costoso. Quando arriva il momento di modificare, integrare o portare in scala il software, chi deve intervenire, spesso un team diverso da chi l’ha generato, parte da zero nel capirlo.

Vibe coding vs sviluppo custom: come scegliere

Non è una scelta tra giusto e sbagliato: è un problema di allineare lo strumento all’obiettivo.

Quando le risposte cadono nella seconda colonna la domanda cambia: da“Come genero questo più in fretta?”, a “Chi lo costruisce in modo che duri?”. È la stessa distinzione al centro della nostra guida su software su misura e soluzioni pronte all’uso - il vibe coding in questo senso è un terzo polo che si aggiunge al confronto, non un’alternativa che lo sostituisce.

Ed è il motivo per cui, quando un progetto smette di essere un esperimento e diventa un prodotto su cui costruire il business, ci occupiamo di sviluppo software su misura partendo da un’architettura pensata per durare, non da un prompt.

Il nostro approccio

Non siamo scettici sull’AI negli strumenti di sviluppo, la usiamo anche noi internamente per accelerare parti del lavoro, dalla scrittura di codice ripetitivo ai test. La differenza è dove la inseriamo: dentro un processo strutturato, non al posto del processo stesso. Il nostro metodo di lavoro prevede fasi precise (analisi, progettazione,sviluppo, manutenzione, evoluzione) proprio perché il prodotto che deve durare nel tempo non nasce da un’ iterazione isolata ma da scelte tecniche verificate una alla volta, con qualcuno che ne resta responsabile.

L’AI, in questo schema, è un acceleratore dentro ogni fase, non un modo per saltarle. Il vibe coding non è una moda da liquidare né una rivoluzione che rende superfluo lo sviluppo software, è uno strumento potente per validare velocemente un’idea, con dei limiti altrettanto chiari al momento in cui quell’idea deve diventare un prodotto vero, sicuro e capace di crescere. Sapere in quale fase ci si trova è la decisione più importante, spesso più importante dello strumento stesso.

Domande frequenti

Il vibe coding sostituirà gli sviluppatori?
No, sposta il lavoro dalla scrittura di codice per riga alla revisione, all'architettura e alla messa in sicurezza di ciò che l’ AI genera, competenze che richiedono comunque esperienza tecnica solida.


Posso usare il vibe coding per lanciare la mia startup?
Si, per validare l’idea con un MVP veloce. No, se il prodotto dovrà gestire dati sensibili, scalare oltre i primi utenti o restare in vita senza essere riscritto da zero.


Il vibe coding è sicuro per software aziendali?
Non di default. Senza revisione umana esperta, il codice generato può saltare controlli di sicurezza, gestione degli errori e requisiti di conformità normativa.


Che differenza c'è tra vibe coding e low-code / no-code?
Il low-code/no-code assembla componenti predefiniti dentro binari controllati dalla piattaforma. il vibe coding genera  codice sorgente libero tramite prompt: meno vincoli, ma anche meno garanzia integrate.

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