Quando il mockup arriva prima del brief
Una situazione che conosciamo bene: il cliente arriva con mockup già pronti, magari realizzati internamente o con tool di design accessibili, aspettandosi che il nostro lavoro sia semplicemente realizzare quello che hanno in mente. È comprensibile: nell'era della democratizzazione degli strumenti digitali, tutti possono creare un layout visivamente piacevole, ma c'è una differenza sostanziale tra disegnare un'interfaccia e progettare un'esperienza utente.Il problema non è la proattività del cliente o il suo entusiasmo nel contribuire al progetto, il vero nodo è quando queste proposte ignorano i principi fondamentali della user experience e i pattern consolidati della user interface design. Accettare queste soluzioni senza metterle in discussione significa tradire il nostro ruolo: quello di tradurre obiettivi di business ed esigenze degli utenti finali in soluzioni digitali efficaci, usabili e accessibili.
Il ciclo delle revisioni infinite
Ancora più complesso è trovarsi in un loop di revisioni dove ogni feedback si basa su impressioni soggettive piuttosto che su criteri oggettivi. "Quel verde non mi convince", "Preferirei la call-to-action a sinistra", "Facciamo il testo più grande": dietro ogni richiesta c'è spesso una percezione legittima, ma raramente una comprensione delle implicazioni che quella modifica avrà sull'architettura dell'informazione, sulla gerarchia visiva o sulla usabilità complessiva del prodotto.
Il designer si trova così a dover scegliere: assecondare richieste che contraddicono i principi della disciplina, oppure argomentare ogni decisione progettuale, rischiando di essere percepito come rigido o poco collaborativo. Ed è proprio qui che emerge il valore del designer: mediare tra le richieste del cliente e i principi della disciplina, trasformando ogni feedback in un'opportunità di dialogo. Il nostro compito non è bocciare idee, ma spiegare le implicazioni di ogni scelta e proporre soluzioni che rispettino sia la visione del cliente sia le esigenze degli utenti finali.
L'illusione dell'ai: design alla portata di tutti?
Con l'avvento dell'intelligenza artificiale generativa, questa percezione si è ulteriormente amplificata. Oggi chiunque può chiedere a un'AI di "creare un'interfaccia moderna per un e-commerce" e ottenere in pochi secondi un risultato visivamente accattivante, ma anche in questo caso, lo strumento non sostituisce la competenza.
L'AI può generare variazioni infinite, ma non sa quali principi di usabilità applicare, non conosce il contesto specifico del progetto, non può condurre test con utenti reali né interpretare le loro esigenze. Può produrre forme, ma non può garantire che quelle forme rispondano a obiettivi di business concreti o creino un'esperienza fluida per l'utente finale. Il rischio è quello di confondere velocità di esecuzione con qualità progettuale. L'AI è uno strumento potente nelle mani di un designer esperto, ma resta uno strumento: il metodo, la visione strategica e la capacità di mediare tra esigenze diverse rimangono competenze umane insostituibili.
UX Design: molto più di "Esperienza Utente"
Quando parliamo di UX design non stiamo parlando di un concetto astratto, stiamo facendo riferimento a una disciplina con fondamenta scientifiche che affondano le radici nella psicologia cognitiva, nell'ergonomia e nel design thinking.
Esistono principi universalmente riconosciuti che guidano la progettazione di interfacce efficaci. Prendiamo le Leggi di Nielsen (Jakob Nielsen, pioniere dell'usabilità): non sono suggerimenti, ma standard consolidati da decenni di ricerca e test con utenti reali.
Alcuni esempi concreti:
- Legge di Hick: più opzioni presentiamo all'utente, più tempo impiegherà a prendere una decisione. Sovraccaricare una homepage con 10 call-to-action diverse non significa offrire più scelta, ma paralizzare l'utente.
- Legge di Fitts: la dimensione e la distanza di un elemento interattivo influenzano direttamente la facilità con cui l'utente può cliccarci. Posizionare un pulsante critico in un angolo remoto dello schermo compromette l'usabilità, a prescindere dalle preferenze visive.
- Legge di Jakob: gli utenti preferiscono che il tuo sito funzioni come tutti gli altri siti che già conoscono. Stravolgere pattern consolidati (come la posizione del menu di navigazione o del carrello in un e-commerce) non è innovazione, è creare attrito.
Quando un cliente dice "io lo farei così", sta esprimendo il punto di vista di una singola persona, spesso tecnicamente esperta e profondamente coinvolta nel prodotto. Ma l'utente finale? Quello che userà il software per la prima volta, magari con competenze digitali limitate, con bisogni e aspettative diverse? È lui che deve guidare le nostre scelte progettuali.
UI Design: dove la forma incontra la funzione
Se la UX definisce cosa e perché, la UI design determina il come a livello visivo e, anche qui, vanno seguite regole precise che affondano le radici nella storia della tipografia e della comunicazione visiva.
Da Gutenberg al Digital Design
Molti principi del design contemporaneo sono il risultato di secoli di evoluzione. Il diagramma di Gutenberg descrive come l'occhio occidentale scandisce naturalmente una pagina: dall'angolo in alto a sinistra, attraverso l'area centrale, fino all'angolo in basso a destra. Questa conoscenza acquisita 600 anni fa determina ancora oggi il nostro modo di strutturare le interfacce digitali.
La griglia modulare, sviluppata da designer svizzeri come Josef Müller-Brockmann negli anni '50, è alla base di ogni moderno layout responsive. Le proporzioni studiate fin dall'antichità classica influenzano ancora le nostre scelte di spacing e dimensionamento.
Il design, quindi, non è nato con Figma o Sketch ma è una disciplina con secoli di evoluzione, ricerca e raffinamento.
Design system e coerenza visiva
Arrivando al digital design, un design system non è un esercizio di stile dei designer, ma uno strumento fondamentale per garantire coerenza, scalabilità e manutenibilità. Definire componenti riutilizzabili, pattern di interazione standard, spacing system e typographic scale significa costruire un linguaggio visivo condiviso che:
- Riduce il carico cognitivo dell'utente - perché non deve reimparare come funziona ogni pagina.
- Velocizza lo sviluppo attraverso componenti riutilizzabili.
- Facilita la manutenzione.
- Garantisce accessibilità, ovvero standard applicati uniformemente.
Fidarsi del processo (e del Designer)
Qual è il vero valore che un designer professionista porta in un progetto? Il nostro ruolo è essere il ponte tra gli obiettivi di business del cliente e le esigenze dell'utente finale, utilizzando strumenti metodologici e principi consolidati per trovare il punto di equilibrio ottimale. Quando un cliente propone una soluzione basata sul proprio gusto o sulla propria esperienza, manca di:
- Metodologia: strumenti per validare quell'intuizione con dati reali.
- Conoscenza degli standard: consapevolezza di pattern consolidati e best practices.
- Prospettiva dell'utente: la capacità di uscire dal proprio punto di vista.
Il designer professionista porta esattamente questi elementi, non per imporre una visione, ma per tradurre intuizioni e obiettivi in soluzioni che funzionano davvero per chi le userà. Allo stesso tempo, chiediamo di riconoscere che dietro ogni scelta progettuale c'è un metodo e non una visione personale.
Quando vi affidate a un designer, state investendo in:
- Applicazione di principi scientificamente validati.
- Conoscenza di standard di accessibilità e usabilità.
- Capacità di bilanciare funzionalità e obiettivi di business.
- Esperienza nel prevenire errori costosi da correggere in fase avanzata.
Il gusto personale ha il suo spazio: nella scelta di una palette cromatica che rispecchi l'identità del brand, nel tono dei contenuti, nell'atmosfera generale del prodotto, ma le fondamenta (la struttura, la logica, l'architettura dell'esperienza) devono seguire regole consolidate e mettere al centro l'utente finale.